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Come sono le donne del nuovo Spider-Man: Homecoming

Diciamolo subito, così non ci giriamo intorno: ho adorato Spider-Man: Homecoming. Se non dovessi scrivere questo articolo probabilmente sarei già al cinema per rivederlo, e se sapeste quanto sono tirchia capireste la portata del mio amore.

Homecoming è tutto quello che speravo di vedere in un film su Spider-Man, divertente, moderno, concentrato nella piccola realtà del Queens anziché sulle scazzottate nei luoghi da cartolina di New York, ma soprattutto capace di reinventare un personaggio che ormai veniva ricalcato pedissequamente dagli anni ’60 dimenticandosi l’unica cosa fondamentale: Peter Parker deve essere prima di tutto un adolescente del suo tempo.

E non solo Peter, anche il contesto in cui Peter si muove deve essere vivo, attuale. E in questo momento storico dell’intrattenimento, in cui tutto sta cambiando e le donne chiedono a gran voce una rappresentazione dignitosa, Homecoming mi ha stupita anche per quello. Perché? Perché è genuina.

A me piace il Marvel Cinematic Universe, diversi film mi hanno entusiasmata, pochi non mi sono piaciuti e tutti gli altri, comunque, mi hanno fatta uscire dal cinema contenta, come la bambina trentenne che sono. Riconosco e apprezzo anche il tentativo della Marvel di svecchiare le figure femminili che, fuori dai fumetti (nei quali hanno avuto molte più occasioni di riscatto), sono sempre state ricondotte alle stereotipo, ma ammettiamolo: i risultati raramente sono stati eccezionali. Tanta buona volontà, per ritrovarci quasi sempre con la Fidanzata Obbligatoria dell’eroe, interpretata da un’attrice eccezionale sotto utilizzata, la cui modernità, alla fine, si riduce all’essere una generica “tipa in gamba” che comunque finirà scaraventata a destra e a manca.

Homecoming, invece, azzecca tre donne su tre. Come lo fa? Semplice: parte dal presupposto che le donne siano persone, non un elenco di punti da rispettare per “sembrare femministi”. Era necessario, ai fini della trama, che una di loro venisse trascinata nel mezzo dell’azione? No. Eppure tutte hanno una loro identità, e sono tutte preziose.

Marisa Tomei che interpreta una versione ringiovanita dell’anziana zia May, per esempio. “Ma come,” direte voi, “cosa c’è di rivoluzionario nel mettere una figa pazzesca anche nel ruolo della vecchia zia?”. C’è il fatto, per esempio, che in questo genere di prodotto la donna ha solitamente assunto due ruoli: quello di interesse romantico o quello di figura materna. Quest’ultima, si sa, deve essere subordinata al suo ruolo, e una rassicurante e ansiosa vecchina era la scelta più ovvia. Questa May invece è una donna di oggi, con una vita che va oltre al fare la calza e preoccuparsi per il nipote, verso il quale sa essere, nello stesso momento, sia chioccia che complice. È bellissima, è vero, ma è naturale. Non è “tirata”, non fa “la milf”. La vedi poco truccata (come potrei esserlo io quando fa caldo e non voglio che il mascara mi coli negli occhi, allora ombretto sulle sopracciglia e via), con gli occhiali, vestita alla buona, ed è una bella donna di cinquant’anni, reale, non artefatta. Sia dentro che fuori.

C’è Laura Harrier che interpreta Liz Allan, la bella e popolare della scuola, che per una volta non solo non è una biondona superficiale, ma è anche intelligente, coscienziosa, determinata senza essere aggressiva. Perché siamo nel 2017 e finalmente possiamo dire che si può essere carine senza essere stronze, e popolari pur essendo capo della squadra di decathlon accademico, cioè una secchiona tra i secchioni. Liz può prendersi una cotta per Peter (pur essendo più alta di lui!) anche prima che lui si trasformi in un maschio alfa sicuro di sé grazie ai poteri di ragno, come faceva invece la sua controparte fumettistica, ma può soprattuto dirgli con fermezza, dopo che lui l’ha delusa più volte nel corso del film: “Non so quali siano i tuoi problemi, ma ti auguro di risolverli”. Sottinteso: senza di me.

Infine, c’è Michelle. Chi è Michelle? È Zendaya, qui in veste totalmente inedita: felpa nera, capelli raccolti, non una traccia di trucco se non quello di scena, suppongo. Michelle è la “nuova Mary Jane”, nel senso che non si chiama Mary Jane, ma tutto fa pensare che ne ricoprirà il ruolo nei prossimi film, a partire dal suo nomignolo: “MJ”, appunto. Mary Jane, lo saprete, è la fidanzata storica di Peter Parker, l’abbiamo vista nella trilogia di Sam Raimi interpretata da Kristen Dunst. Una cosa, anche qui, salta all’occhio: Michelle non è una rossa caucasica, com’è Mary Jane da tradizione. Ma non è questa la cosa più interessante, secondo me. La cosa più interessante è che la Mary Jane dei fumetti è una modella famosa, una il cui ruolo – per quanto sia stato ben scritto da alcuni autori – era dire: “Visto, lettore che ti identifichi in quel nerd Peter Parker, anche tu puoi sognare una donna così!”. Grazie ai poteri di ragno, Peter ottiene quello che prima non poteva neanche sognare: la forza, l’agilità, il rispetto e una fidanzata sexy. Mary Jane nasce come premio, come status symbol. Erano gli anni 60, come dicevamo.
Adesso siamo nel 2017 e questo concetto, come quello della ragazza popolare stronza, è superato. Il grande amore del protagonista può essere una ragazza in felpa che tratta tutti a pesci in faccia e passa il tempo a disegnare, e soprattutto il loro amore può essere qualcosa che si evolve inaspettatamente nel tempo, e non il classico trito colpo di fulmine. Di fatto, in questo film, Peter e Michelle interagiscono poco, mai in modo romantico, e va bene così.

Spider-Man: Homecoming è stato la prova, per me, che la Marvel può scrivere dei personaggi femminili adatti al nostro tempo semplicemente accantonando l’ansia di dover “dimostrare qualcosa”. Le donne, dicevo, sono persone. Quando avremo più eroine, e più supereroine, scritte tenendo a mente questo principio, io sarò felice.