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Architetta: una storia sulla declinazione femminile

Ciclicamente si torna a parlare della possibilità di declinare al femminile sostantivi che indicano professioni o ruoli istituzionali e che esistono solo al maschile. Più che di una possibilità dovremmo parlare di una necessità, perché, come si è spesso ribadito, il fatto che termini come “sindaco”, “architetto” o “ingegnere” non abbiano un femminile universalmente riconosciuto, mentre “segretaria” o “infermiera” sì, è un retaggio linguistico di una visione ben determinata della donna.
Lo scorso 15 marzo è stato compiuto un passo importante in questa direzione: grazie alla richiesta avanzata da Silvia Vitali e delle sue colleghe Francesca Perani e Mariacristina Brembilla, il consiglio dell’Ordine degli Architetti ha deliberato che, a Bergamo, è ora possibile richiedere il timbro professionale con il termine “architetta”, declinato al femminile. Abbiamo avuto modo di parlare con queste tre donne, per farci raccontare da dove è nata la loro iniziativa, in cosa è consistita e quali sono stati i tempi. Ma partiamo dall’inizio.

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Un po’ di contesto: sindaco, sindaca e la grammatica

A giugno 2016, a seguito delle elezioni amministrative e in particolare della vittoria di Virginia Raggi e di Chiara Appendino si è riaccesa in modo molto animato la discussione attorno al termine “sindaco” e alla sua declinazione femminile. Da una parte c’erano le femministe (e anche i femministi), schierati a sostegno di un utilizzo della lingua che valorizzi e rispetti le differenze, e che riconosca alle donne i ruoli che finalmente oggi possono ricoprire, pur facendo ancora una certa fatica. In mezzo c’erano invece quelli che, pur ritenendo corretto il ragionamento di base, continuavano a scrivere “sindaco”, anche in riferimento a nomi femminili, perché ritenevano che “sindaca” non suonasse molto bene. E dall’altra parte ancora c’erano quelli che pensavano che il termine fosse sbagliato.
Da un punto di vista strettamente grammaticale dire “sindaca” non è errato. Prima nella Guida agli atti amministrativi, pubblicata nel 2011 con il CERN, e poi in un comunicato del 2013, l’Accademia della Crusca ha stabilito ufficialmente che le declinazioni femminili di sostantivi inerenti a ruoli professionali sono corrette, così come è corretto dire “sindaco” di una donna. Si tratta semplicemente di un utilizzo differente della lingua. In un caso si usano le declinazioni per genere, permesse della nostra lingua, mentre in un altro si usa il sostantivo al maschile, come se fosse una sorta di neutro, una categoria generica che contiene al suo interno tanto il maschile quanto il femminile.

Architette: la storia di Silvia, Francesca e Mariacristina

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Nel 2011 Francesca Perani ha fondato un progetto, o per meglio dire un gruppo, chiamato Archidonne. Il nome stesso del gruppo – spiega Francesca – ha voluto essere un primo tentativo di definire l’identità di genere delle architette, in un momento in cui si iniziava a parlare di questo tema, ma di fatto i tempi non erano ancora maturi per affrontarlo direttamente. Bisogna però specificare che Archidonne non si interessa a questioni legate unicamente al lavoro femminile, ma, anzi, nasce con l’obiettivo di incentivare una maggiore parità di genere all’interno della professione. Per questa ragione, oltre alla battaglia a favore del termine “architetta”, il gruppo ha lanciato diverse iniziative, tra cui una per l’abolizione della tassa di iscrizione all’albo, non solo per le neomadri, ma anche per i neopadri. Dice Mariacristina Brembilla:

È un segno di cambiamento e di maggior coinvolgimento di entrambi i partner nelle cure parentali. È un discorso culturale più ampio che riguarda tutta la società, non solo le libere professioniste. E riguarda anche l’educazione dei figli e delle figlie in un’ottica di parità di genere e che dovrebbe coinvolgere anche la scuola per una società più paritaria e più equa

A novembre 2016 Silvia Vitali ha invece deciso di inviare al consiglio dell’Ordine degli Architetti la richiesta per ottenere un timbro con la dicitura “architetta” al posto di “architetto.” L’idea le è venuta quando ha iniziato a notare che, nonostante sul suo timbro ci fosse scritto “architetto”, le persone intorno a lei iniziavano a chiamarla correntemente architetta. Si è trattato quindi del riconoscimento di qualcosa che già c’era, e non del tentativo di proporre qualcosa di inesistente. Non solo, ma l’intento non è mai stato quello di contrapporre il termine femminile a quello maschile, ma di integrarli.

La richiesta pertanto nasce, non tanto per voler “acquisire un diritto” (che di fatto ho chiesto) ma come presa d’atto di una condizione in essere. Il potersi firmare “architetta” nasce come opportunità di poter ottemperare alle indicazioni di Gender mainstreaming e non vuole porsi in contrapposizione al termine maschile ma, al contrario, semmai affiancarlo

La risposta affermativa da parte dell’Ordine è arrivata il 15 marzo scorso, con tempi normali. Anzi, Francesca spiega che l’Ordine non ha opposto alcuna resistenza, perché seguiva già da tempo le iniziative di Archidonne e aveva già mostrato di essere sensibile al problema. Il provvedimento per il momento è valido solo per le architette della Provincia di Bergamo: le nuove iscritte potranno scegliere tra il timbro maschile e quello femminile, mentre le architette già iscritte, se lo vorranno, potranno richiedere un nuovo timbro. Silvia Vitali ha detto:

La dicitura “architetta” può creare una certa difficoltà all’inizio. Anche le donne stesse faticano a dirlo con naturalezza. Ma è una questione di cultura e di abitudine, come ci stiamo abituando alle parole “sindaca” e “assessora” chiamarsi architette è anche una provocazione, ma lo spirito dell’iniziativa è fare cultura attraverso il linguaggio. Ad oggi, a Bergamo e in tutta Italia, poter parlare di architette aiuterà le nuove progettiste a riconoscersi in un ruolo ricoperto ma ancora poco rappresentato

Francesca torna proprio su questo punto, osservando che avere ufficialmente delle “architette” può essere utile per rilanciare nuovamente un altro tema importante per Archidonne, cioè quello della parità di genere nelle commissioni dei concorsi pubblici legati alla professione, che sono quasi sempre interamente maschili. Visto che ormai è sempre più elevato il numero di giovani donne che intraprendono questa carriera, è importante che possano avere anche dei punti di riferimento femminili, e non solo maschili.

L’uso non discriminante dei titoli professionali in riferimento alle donne è un risultato importante, perché l’appropriazione declinata di un appellativo favorisce la consapevolezza di un mondo più equo e diversificato a favore delle nuove generazioni

Alle altre donne e professioniste che volessero tentare un percorso simile al loro, Francesca, Silvia e Mariacristina consigliano prima di tutto di lavorare in squadra, perché la sinergia con le colleghe è fondamentale per creare una giusta sensibilizzazione sul tema e per avere più forza di azione.

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